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Learning Kinbaku n. 5

Erano anni ed anni ed anni (ed anni) che non preparavo da solo un set di corde per me, per mio uso e consumo, per mio sfizio, diletto e lavoro.

Complici uno shooting che prevede un set di rope fashion e un importante appuntamento in dicembre con una personcina di grande valore che mi ha chiesto (e ottenuto) una lezione "speciale" di western bondage ho acchiappato il saccone di corde di canapa 6 mm x 8 m x 10 pezzi che giaceva intonso sul pavimento del mio studio polivalente da mesi e mesi e ho deciso che sì, questa volta, avrei trattato io le mie corde, colorazione e condizionamento inclusi.

Ora, chi sa cosa significa trattare corde, sa cosa è venuto fuori dalla lavatrice dopo il secondo ciclo con la coloreria: una sorta di matassa di materiale di consistenza ferrosa che a stento si sarebbe potuto identificare con le corde color canapa naturale voluttuose e avvolgenti, anche se un pochino rigide, entrate nella bocca del coso elettromeccanico digitalizzato e con cento programmi di lavaggio.

Ci vuole sudore della fronte e fatica per sbrogliare la matassa mortale, tirarla sullo stendibiancheria in modo che ogni corda asciugi restando in tensione, attendere tre giorni quasi e poi passarle, una ad una, centimetro dopo centrimetro con olio di visone e tanto, infinito, olio di gomito.

Una faticata incredibile, resa ancora più pesante dai vari dolori e doloroni che le costole mi dispensano da quando mi hanno tirato fuori da sotto una macchina lanciata a macinarmi su una rotonda di provinciale.

Ma ...

Ma ...

Nel fare questo lavoraccio ho magicamente ritrovato un senso, un motivo, un perché alla mia relazione con le corde, con l'odore della canapa, la sua resistenza al trattamento e, infine, la resa che non è resa ma alleanza tra materiale, mano e mente, desiderio e fantasia intessuti tra i duri trefoli di una matassa di corde che, svolgendosi ordinatamente in linee parallele e tese, mi hanno riportato indietro di anni, ai tempi in cui con Master Calabrina si parlava di corde, di trattamenti, di cotone e canapa, di juta e lino.

Se ne parlava tra quattro gatti, pochi e quasi snobbati adepti di una sorta di massonica organizzazione ai margini del s/m dove lo spanking, la frusta, le mollette, la cera, i flogger, gli scudisci, erano padroni incontrastati mentre le corde restavano in quel limbo più o meno esplorato, retto in Italia solo dal pregevolissimo sito di DrFatso, dai suoi seminari a Milano e Torino, da Elmerald (che ho conosciuto in Gabbia e che all'inizio avevo persino scambiato per un maschietto) e poche altre figure di alto livello sempre impegnate a marcare le differenze tra "fare bondage" e "fare s/m", loro per primi ghettizzandosi e condannandosi ad un limbo di assoluta inconsistenza, vagando senza bussola tra bondage, rope art, rope fashion e rope fetish senza mai centrare in pieno cosa davvero stessero facendo, perché, con quale scopo finale.

Perché? Ma perché NON era necessario uno "scopo finale". Questa è stata l'illuminazione che mi ha fatto sorridere l'altra sera mentre litigavo e ammansivo matasse di corde di canapa trasformate dallì'acqua in fil di ferro duro e scontroso. Lo scopo finale era proprio questo: litigare con le corde, ammansirle e usarle per dialogare, relazionarsi, dominare, fare l'amore. A volte anche con se stessi, dato che molti dei "bondager" (come si diceva allora sbagliando non solo sintatticamente ma anche semanticamente la parola) del tempo erano dediti a pratiche di self-bondage. Un po' per assenza di modelle e modelli e un po' perché ogni perversione ha nel suo portatore anche una punta del suo opposto.

Una relazione. Tutto qui. Una relazione di pochi minuti, di alcune ore, di alcuni giorni, di mesi, forse di anni o per sempre. Ma comunque una relazione, intima (più o meno) di persone, di anime, di corpi, sessuata o sessualmente asessuata ma sempre e comunque una relazione.

Perché da un certo momento in poi non mi sono più preparato le mie corde da me? Non perché avessi iniziato a guadagnare di più, per certo. Solo perché c'era qualcuno che lo faceva meglio di me, con maggiore "professionalità" in tempi decisamente ridotti e con un impegno minimo da parte mia. Bastava pagare e anche io avevo le corde del momento, quelle che al momento andavano.

Perché, come le corde sono uscite dalla mia lavatrice per essere preparate nella lavatrice di un'altra persona, anche la relazione è uscita, piano piano, dal mio orizzonte.

Il personale è diventato sociale, quasi politico.

Legare in un modo o in un altro è diventato nel tempo una dichiarazione di appartenenza ad un Ryu particolare, ad uno stile, ad un maestro o un gruppo di maestri.

Con l'ampliarsi dell'interesse alle corde, stranamente veicolato da un romanzetto che di corde proprio non parla, la relazione si è caricata di una valenza sociale che fino a qualche anno fa non si sentiva se non per grandi nomi particolarissimi e di antica formazione.

E il sociale porta con sé le mode, gli stilemi, le grammatiche e le sintassi, la competizione, la necessità di un'assidua presenza sulla "scena" e il bisogno di omologarsi a questo o quel filone, solco, programma di lavaggio.

Ecco, tirando corde con le mani bagnate e nere di coloreria, sudando e sputacchiando bestemmie ogni volta che le costole fratturate mi ricordavano il mio status di "miracolato con riserva", ho capito cosa stavo facendo: stavo guadagnando con il sudore e la fatica la fiducia delle corde, dello strumento vivente e vitale con il quale avrei legato e tenuto in mio possesso, sotto il mio incondizionato controllo un altro essere umano.

Indipendentemente dalle mode, dal sociale invadente, indipendentemente dal Ryu al quale voglio o non voglio appartenere ho dialogato con le corde e loro, caparbiamente ma saggiamente mi hanno risposto.

Sì, sarà carino fare domani uno shooting di rope fashion e tra qualche giorno una tuition privata di western bondage.

Ma la cosa più carina è che questa volta, in questi giorni, la lezione di kinbaku l'ho imparata io e, quindi, il learning kinbaku, il filo conduttore dei miei set fotografici di corde, riguarda me e solo me.

Perché non c'è niente di più sconosciuto ed inesplorato che il nostro io dimenticato e, improvvisamente, risorto a nuova vita.

Buone corde a tutti, anche a chi non fa corde.

Davvero!!

Blue_Deep 06.12.2018 0 143
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Blue_Deep
一 縄 一流 Ichi nawa ichi ryu.
06.12.2018 (105 giorni fa)
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