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Guardare, fotografare, vedere

Non sono mai stato un voyeur, questo è un fatto. Non ho mai sentito l'impulso sessuale di spiare e quando lo facevo, ancora adolescente, era per pura curiosità, un poco morbosa, certo, ma pura curiosità.

Con il rischio di essere pescato, io e i compagnuzzi miei, dalle appartate coppie (ora so che trattavasi di meretricio automobilistico ma allora si pensava a fidanzati in amorosi sensi persi) e di essere bastonati di santa ragione per atto spionistico-masturbatorio e disturbatorio.

Ho quindi trascorso i miei anni adolescenziali sognando amorosi amplessi con stafigazze da brivido e di conseguenza operando frequenti masturbazioni in merito ma senza anelito alcuno al piacere spionistico, anzi, via via che diventavo adulto e provavo le prime esperienze effettive con effettive donne magari non strfigazze da brivido ma sicuramente attente al mio piacere (che gli Dei le preservino a lungo in buona salute, benedette ragazze!!) l'idea di spiazzare e guardicchiare altrui amplessi mi veniva generando sempre più distacco se non imbarazzo e disagio.

Ho iniziato a fotografare con una reflex ben impostata (mitica Yashica FX 2000 che era l'unica macchina entry level professionale con scatto della tendina 1/2000 di secondo certificato) per lavoro scientifico e tecnico e ho proseguito negli anni a fotografare sempre per lavoro. L'idea di sospendere una sessione per scattare non mi è mai piaciuta e quando (raramente) le mie partner lo chiedevano in modo quasi implorante ho sempre accontentato di malavoglia. Era ed è una palla per me frustare, scattare, legare, scattare, sculacciare, scattare. Lo è ancora adesso, tanto che la mia regola è: se gioco non fotografo, se fotografo non gioco.

Ma, dopo che evenienze, di cui non racconto prologo e sviluppo e di cui ancora non vedo l'epilogo, mi hanno portato alla fotografia professionale per se stessa, quindi sganciata dall'assioma "fotografo il mio lavoro" e agganciata all'assioma "il mio lavoro è fotografare" mi sono reso conto della differenza fondamentale tra guardare e vedere.

Dite voi: bravo, era ora che ci arrivassi!

Ok, state calmi, io sono lento ma arrivo, prima o poi ci arrivo, eccheccazzo, che fretta c'è?!

Ma non sono il solo che ha avuto questa illuminazione.

Un fotografo di grande successo (mi sembra Henry Cartier-Bresson) diceva "non fotografo ciò che vedo ma vedo ciò che fotografo".

Leggete bene la riga sopra perché su questo aforisma vale la pena soffermarsi.

Neanche quando si fanno fotografie posate al millimetro su pezzi di roccia sedimentaria del Cretaceo si sa bene cosa si sta fotografando. E' una questione psicologica e fisiologica. I nostri occhi sono in continuo movimento e costruiamo la scena partendo da una porzione limitata del nostro angolo di visuale, pochi gradi, dove le cose ci appaiono a fuoco e interpoliamo, interpretiamo il contorno con un meccanismo di ricostruzione interiore che "aggiunge pezzi" pescandoli dalla nostra libreria di immagini personali. In pratica vediamo veramente il 20% circa di una scena, il restante 80% lo immaginiamo in modo più o meno attendibile. Meccanismo utilissimo quando si tratta di dover reagire velocemente all'attacco di un predatore (prima scappa e poi verifica se era una tigre con i denti a sciabola o un gattino di nove giorni) ma maledettamente scomodo quando vogliamo gustarci la bellezza di una scena, sia un tramonto, sia una bella donna (o uomo), sia una legatura fatta bene.

Quindi fotografiamo ciò che guardiamo per vederlo, veramente, una volta fotografato, sviluppato e messo su monitor o su carta.

L'azione del "vedere" è diventata davvero il VEDERE dopo l'invenzione della macchina fotografica.

Così ho scoperto, fotografando bondage o belle ragazze torturate o semplicemente modelle di glamour o fit (non feet, fitness!!), quanto poco vedessi, prima, della bellezza che mi circonda e di cui, senza le fotografie, sono stato privato da me stesso e dalla mia (nostra) genetica del "combatti o fuggi, possibilmente fuggi che è meglio".

Quindi?

Qundi ho aperto un album fotografico in Gabbia nel quale metto le foto che mi hanno stupito. Si, quelle foto che scattate in un modo, pensando di rappresentare una certa emozione, un certo mood, mi hanno invece mostrato altro, mi hanno fatto vedere qualcosa che nell'azione non ero riuscito a cogliere.

Una tensione di muscoli, un'espressione del volto, un gioco di luci, un volo di corde o, semplicemente, una scintilla di umanità, un anelito di sessualità e di sensualità.

Ho aperto un album qui su Gabbia (si chiama MySets) perché sono su Gabbia da quasi vent'anni, da quando il sito era poco più di inserzioni e un forum e una chattina, e Gabbia è la mia casa, il posto in cui ho incontrato più amici e amiche che nemici, che mi ha portato alcune mie partner che ricordo con affetto anche se poi le cose si sono chiuse "ai coltelli roventi" e sono certo che tra i 22.000 e rotti iscritti della Community un paio o anche tre potranno apprezzare.

A me resta solo di augurarvi buona visone, l'album è visibile, mi pare, anche a chi non è loggato e, quindi, c'è solo da passarsi un poco di tempo divertentosi a "vedere" quello che io ho "guardato".

Come sempre un caro saluto,

M.

Blue_Deep 7 giorni fa 0 50
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一 縄 一流 Ichi nawa ichi ryu.
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