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Bondage you can ... afford

Come ben sa chi ha la pazienza e il masochismo necessari per leggermi (non a caso le lettrici submissive dei miei post superano di gran lunga i masteroni pelatoni) non amo "manualizzare" il sadomaso, se posso condividere le mie esperienze attraverso la narrazione di fatti reali e, tra le righe, dare un paio di suggestioni "culturali" preferisco questa via piuttosto che mettermi in cattedra e pontificare, ruolo, quello del teacher, che lascio volentieri a chi adora bacchette e cappellini da college, incluse toghe da PhD e cravatte regimental.

Ma, ogni tanto, seppur scherzosamente, mi piace mettere il tocco accademico e indossare la toga, impugnare la bacchetta ritorta (cane, in inglese) e ... dare lezioni.

Ho passato gli ultimi quattro anni con il cKC (club Kitan Club) di Milano erogando seminari, workshop e incontri conoscitivi sul rope bondage e, ad oggi, dopo trent'anni di pratica delle legature di cui dieci trascorsi dal primo seminario formale da me seguito come allievo con il mai tramontato DrFatso, mi sento più ignorante di prima.

Ho davvero imparato molte cose sulle tecniche e ho perfino aggiornato una paginetta del Dizionario di Gabbia (http://www.gabbia.com/dizionario-bdsm/lettera-b/bondage/) ma rimane un intero universo da esplorare quando si parla di risvolti emotivi, psicologici, umani e relazionali del rope bondage.

Dal feticismo per il colore, l'odore, la consistenza, la forma delle corde al ropespace, quello stato di torpore nirvanico che pervade le vere fanatiche del bondage, tutto ci sta, tutto è possibile.

La costrizione delle corde ha una sua intrinseca qualità feticistica nell'immagine ma non è solo questa qualità ad attirare, sedurre, coinvolgere centiania, forse migliaia, di donne in Italia. Non è solo il macramè estetico e saldo di corde che intrecciano corde sulla pelle nuda a polarizzare i desideri, i sogni, le masturbazioni, spesso mentali ma non poche volte anche fisiche, di chi ama stare tra le corde, di chi sogna di stare tra le corde, di chi adora le corde fin dalle immagini di internet che le ritraggono raggomitolate e inutilizzate ma pronte all'uso.

La costrizione è, per certi versi, la più elevata forma di contraddizione umana. La totale immobilità, la totale remissione del potere di "fare" nelle mani di una persona diversa dal sé è sentita, narrata, vissuta, come una liberazione dai vincoli del proprio corpo, dal vincolo di essere per definire e definirsi rispetto gli altri. Pone un solido limite al movimento del corpo e, contemporaneamente, libera l'anima. Questo mi viene raccontato da chi sta tra le corde.

Ma esiste anche una narrazione attiva, quella di chi lega.

Come kinbakushi so cosa significa la parola dominare, non potrebbe essere diversamente, e quanto sia difficile dominare quando il tuo dominio si attua non con un banale ordine la cui essenza è, di per sé istitutiva e ricercata da chi l'ordine lo riceve, quanto dall'intessere di vincoli ed emozioni, sensazioni fisiche e mentali, chi viene legata.

In questo il kinbaku si differenzia dal western bondage, nella dinamica del "fare" più che nello stile del "fatto".

Non che il western bondage si svolga nell'asettica mancanza di emozione e sensazioni, tutt'altro. E' che le emozioni, le sensazioni nel western bondage sono "risultato del fare" mentre nel kinbaku sono lo scopo del fare. Per questo motivo le dinamiche s/m (o D/s) se preferite, sono più evidenti nello shibari che nel western, sono più sottolineate, sono più presenti e palesi.

Chi lega giapponese lega per dominare, controllare, umiliare, sedurre, fin dal primo giro di corda. Non attende la fine della legatura per poi iniziare ma costringe, guida, incanala e provoca fin da quando prende una corda e la srotola, occhi negli occhi con la sua modella, per passarla sulla pelle, per sostituire il suo abbraccio, il suo possesso, con un nodo, con uno strappo, una tensione e una frizione che dicono, alle ossa, ai nervi, alle vene "tu sei mia, tu mi appartieni".

La ricerca dell'astratto che caratterizza spesso le discussioni s/m, il gusto della sublimazione, il primato fallace dell'anima sul corpo, frutto forse di una dualistica visione del mondo, della logica aristotelica della contrpposizione del vero e del falso, dell'esistere e del non esistere, del terzo non dato, crollano del tutto e miseramente, quando anima e corpo sono così fortemente legati, quando per l'anima non c'è modo di fuggire e deve, costantemente confrontarsi con il limite del corpo, gesto dopo gesto, corda dopo corda, nella costruzione della gabbia mentale e fisica che sarà, poi, destrutturata e abbandonata mentre si slega.

Eggià, perché, come dice un mio amico legatore australiano e come io penso sia davvero, chi sa legare bene sa slegare bene. In quella spirale che non è e non può essere banalmente ripercorrere i propri passi, non lo è emotivamente e non può esserlo neanche tecnicamente. Un flusso che non torna ma si svolge in un altro piano, una curva nella relazione, dietro la quale aspettano altre emozioni, forti emozioni, profonde derive della percezione.

A volte leggo o sento che "un buon dominante" deve saper legare con lo sguardo.

Neanche entro nel merito di qualcosa che è un dogma, così come neanche entro nel merito di castronerie per le quali "saper fare un nodo è da tutti mentre saper dominare è per pochi". Sono fanfaluche da chat e tristi pensieri da persone tristi che non devono toccare l'essenza del s/m.

Il rope bondage è sadomaso puro, pura dominazione, pura sottomissione. Le sensazioni, le emozioni, la deriva delle percezioni che vengono giostrate nella danza aggraziata di chi lega senza esitazioni e senza paura, di chi si fa legare con fiducia e con speranza, si fa costringere nell'intimo più animalesco del nostro cervello che, invece, ci vuole liberi di difenderci o di fuggire, quelle sensazioni e quelle emozioni non sono e mai saranno sostituibili.

Il primato del rope bondage rispetto, ad esempio, le manette, le polsiere, sta proprio nell'aspetto che più viene criticato: ci vuole tempo.

E qui, secondo me, si distingue un vero Dominante da una persona desiderosa di dominare: sa prendersi il tempo che ci vuole.

Perché non importa quanto tempo ci può andare per chiudere un takate-kote-gote, quello che più importa è come quel tempo viene impiegato e cosa nasce da quel tempo tra chi lega e chi è legata.

Fine della lezione, uscite senza farvi dispetti e, mi raccomando, esercitatevi, a casa, a darvi tempo.

Per ogni cosa

:-)

Blue_Deep 11.12.2017 0 277
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Blue_Deep
一 縄 一流 Ichi nawa ichi ryu.
11.12.2017 (465 giorni fa)
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