Visualizzazione Post

Bondage … e tutto il resto

La storia, diceva l'inventore del SSC David Stein, è quello che si fa quando crediamo di fare ben altro. E di "fare ben altro" David aveva anche una discreta esperienza dal momento che proprio da uno statuto, da lui preparato per un'associazione Gay Leather di New York, è nato l'acronimo (SSC - Sano, Sicuro, Consensuale) che per anni ha dato direzione e senso alle pratiche s/m - compreso il rope bondage - distinguendole a livello internazionale dall'abuso e dalla violenza.

Quindi la storia si fa così, risolvendo i problemi del momento senza rendersi conto che, in fondo, si sta tracciando una direzione dalla quale difficilmente si può, in seguito, tornare indietro a rischio di deragliare con tutto il treno.

Quindi nel 2012 il problema che ci [1] siamo posti è stato: come creare a Milano un luogo di aggregazione che, indipendentemente da stili, orientamenti, modalità ed affiliazioni a questo o quel gruppo di cordaioli accogliesse tutti senza preclusioni e senza precondizioni se non una, fissa e immutabile, relativa alla sicurezza?

 

 

Nel 2012 ho iniziato una mia personale ricerca stilistica e storica sul bondage giapponese e, leggendo il ponderoso volume di Master K [2] ho scoperto che dal 1947 al 1977 circa in Giappone si pubblicava una rivista specializzata chiamata Kitan Club [3] che ospitava articoli, foto e disegni fetish, bondage, s/m. Cercando in internet ho poi scoperto che della rivista erano disponibili on line e scaricabili gratuitamente quasi tutti i numeri, a partire dal primo.

Ancora una volta qualcuno (gli editori e gli autori del Kitan Club) avevano fatto la storia senza pensare di fare storia.

La cosa che mi colpì della rivista era la pluralità di foto, disegni, articoli. Nelle cento e più pagine di ogni volumetto mensile c'era di tutto, dal rope bondage alle storie s/m fantasy, disegni giapponesi e disegni occidentali ripresi dalla rivista americana Bizarre di John Willie. Un vero contenitore kinky che non precludeva a priori nulla, dalle gag ball americane alle legature inquisitorie del tardo periodo Tokugawa.

Cosa poteva essere meglio che dare al nostro piccolo gruppo di cordaioli sadomasocari il nome di cKC, club Kitan Club, per comunicare al mondo kinky che lì c'era spazio per tutti, per ogni tipo di stile, per ogni lettura del bondage dentro e fuori il s/m?

Non si voleva fare la storia, semmai si voleva riscrivere la geografia, creando un "porto franco" (un po' come erano state Trieste e Livorno nel passato) per chiunque volesse "fare corde", giocare con le corde, imparare un po' di corde, viversi qualche ora senza problemi tra e con le corde e non solo corde.

La storia del cKC dai primi incontri in un dungeon privato fino alle sale del Nautilus Club ve la risparmio.

Persone sono arrivate, persone se ne sono andate. E' fisiologico che un gruppo informale che non ha mai voluto mettersi addosso la corazza di "associazione" acquisti e perda persone. Per alcuni è semplicemente una variazione d'interessi per altri un nuovo rapporto affettivo (e di coppie ormai stabili se ne sono formate non poche grazie al cKC) e per altri ancora erano le famose, brumattiane, "crisi di crescenza" ovvero la spinta a provare a fare da soli quello che fino ad oggi si faceva in dieci.

Ma persone sono anche arrivate, richiamate da un precetto mai disatteso del cKC: essere sempre e comunque porto franco, super partes rispetto ogni moda, orientamento, stile, dojo, ryu.

E' questa la parte interessante della storia, storia contemporanea perché ancora ad oggi la regola più che ferrea della neutralità totale è valida e operativa, anche a costo di "perdere pezzi" nelle persone che vorrebbero tirarci il giacchino verso più decise "prese di posizione" nei confronti di gruppi, stili, preferenze e letture del bondage.

La risposta è sempre quella ed è sempre la stessa, immutabile, disco rotto: il cKC, il Bondage Party, sono per tutti e tutte.

Dopo qualche anno (se non vado errato nel 2015 - 2016) il Nautilus Club ha aperto alla possibilità di ospitare un Party che non è "rope jam", "peer rope", "dojo" ma semplicemente "party", festa. E non "shibari party" o "kinbaku party" ma semplicemente "Bondage Party", una festa per chi ama la costrizione, le pratiche che con corde o altri strumenti (tutti rigorosamente SSC) creassero una situazione di gioco nella quale la costrizione fosse protagonista.

Non un nome a caso, una scelta precisa e chiara per chi conosce il significato delle parole al di là dell'uso più o meno superficiale che se ne fa: bondage party, festa della costrizione.

Perfino abbiamo deciso, dopo qualche titubanza, di eliminare la parola "rope" dall'iniziale proposta di RB Party, Rope Bondage Party. Perché limitare alle corde? Perché deificare uno strumento rispetto l'emozione?

Leggete bene, lo riscrivo:

Perché deificare lo strumento rispetto l'emozione?

Questo è il Bondage Party, un luogo fisico, un luogo mentale, in cui l'emozione ha prevalenza sullo strumento, sullo stile, sulla tecnica.

   

Non significa che chi partecipa non ha conoscenze tecniche, un suo stile preferito, un suo strumento preferito. Significa solo che l'emozione della costrizione, del bondage, è di gran lunga lo scopo principale e il motivo per cui il cKC e il Bondage Party esistono.

Senza questa fondamentale e irrinunciabile filosofia non esisterebbe (e NON avrebbe ragione di esistere) un cKC. Non esisterebbe (e NON avrebbe ragione di esistere) un bondage party.

Chi lo frequenta lo sa e si è ben adattato alla situazione, anzi, ha avuto modo di guardare cose che non conosceva e imparare, sperimentare, divertirsi. Un limite, certo, non stare "tra di noi" a raccontarci quanto siamo bravi nel ripetere per la centesima volta lo stesso passaggio di corda perché somigli sempre di più a quello del maestro; un problema uscire dalla comfort-zone della propria ristretta cerchia di amici e amiche, bunny e rigger e affrontare la sfida di un luogo in cui tutto ha lo stesso valore e tutto il valore è misurato sull'emozione.

Una sfida che ha illustri "non partecipanti" ai quali va tutto il nostro rispetto ma non può andare alcun plauso perché ogni spazio lasciato vuoto ha la caratteristica termodinamica di riempirsi di altro; ogni occasione di crescere in una community lasciata andare è una condanna al ghetto culturale che non i "vanilla" o  "i moralisti" ci costruiscono intorno ma che noi stessi ci edifichiamo per non farci vedere o per apparire solo quando c'è da riempire qualche pagina di giornali pruriginosi, al meglio paternalistici al peggio censori e sarcastici.

Ma, a fronte degli illustri "non partecipanti", ci sono le persone alle quali più teniamo, ci scusino i leader dei vari dojo e delle varie tribù se così è: chi si avvicina al mondo del bondage titubante e un po' impaurito con la voglia d'imparare, vedere, provare e con il timore di essere "fuori luogo", "inadeguati", "a rischio".

E' a queste persone che abbiamo deciso di "abbassare le barriere in ingresso" con azioni concrete.

Abbiamo deciso che non ci volesse un vestito specifico per partecipare, in poche parole abbiamo rinunciato al "dress code" che caratterizza le feste s/m.

Non perché il "dress code" sia di per sé inutile, in alcune circostanze è fondamentale per tenere lontani i curiosi poco interessati al s/m e mantenere un'atmosfera, un mood particolare, mentre in altre è perfino fulcro della festa stessa come, ad esempio, nei fetish party.

No, semplicemente perché col tempo, guardando gli altri, il loro modo di vestirsi e di "costruirsi", il proprio e personale "carattere" può venire fuori, esplicitarsi negli abiti e negli atteggiamenti senza iniziare a spendere soldi per uniformarsi ad una regola ma per "emozionarsi" allo specchio. E, vi assicuro, questo non vale solo per le donne.

In fondo il "no-dress-code" è una sfida ad esserci dove l'abito non fa il monaco e, quindi, imparare ad essere monaco senza i gradi ecclesiastici e inventarsi da sé il proprio ordine monastico.

Senza il patema di "dove nascondere quelle cose". Anche perché se proprio non avete un posto a casa, se avete davvero problemi di questo genere una mano può darvela il Nautilus ma, soprattutto, le persone che incontrerete e che spesso si scambiano non solo indirizzi ma piccoli favori, passaggi, un luogo sicuro in cui conservare le corde e le proprie cose. Un modo pratico e simpatico, empatico, di fare community.

 

Poi abbiamo deciso di aiutare chi per la prima volta entra in un Club Privée con l'idea di un luogo poco consono e poco in linea con i propri gusti.

Ci sta, nessun problema, non si offende nessuno. Io per primo non ho mai frequentato un Club Privée prima di entrarci per il s/m e il bondage e non ci andrei sicuramente al di fuori di queste attività. Perché? Non certo perché abbia in antipatia o disprezzi gli amici e le amiche swinger ma perché, semplicemente, non mi interessa.

Ma frequento il Nautilus Club. Perché? Semplice: non sono i muri e gli ambienti fisici a fare un posto ma le persone che lo riempiono e usano gli spazi.

Conosco ormai il Nautilus Club da utente, organizzatore, fotografo e staff di backstage nella preparazione delle attrezzature, quando sono accesse le luci di pulizia (quelle bianche) e i locali sono vuoti, gli addetti alle pulizie spazzano e disinfettano, il lisoform scorre a litri e ogni cosa deve essere lustra, perfetta, ineccepibile per ospitare la prossima serata.

Per anni ho sopportato e tollerato le illazioni di chi si pregiava di ospitare eventi "fuori dai Club Privée" e di questa evenienza dava risalto con sottolineature nelle locandine. Ho trovato nel Nautilus un luogo più pulito e sicuro (certificato da Ispettorato del Lavoro e da Vigili del Fuoco) di tanti locali adattati per peer rope dove non ho visto uno straccio di estintore, non un accenno di sicurezza nelle vie di fuga in caso di accidenti e bagni che era meglio non frequentare. Fare presa sull'immaginario vanilla e becero-moralista per pubblicizzare un evento che riguarda la sessualità non convenzionale ha lo stesso sapore di una tipa romana che a Vienna, in un bar davanti alla Cattedrale di Santo Stefano, sbottò "ma 'sti austriaci proprio non la sanno fare la sachertorte".

Apprezzo l'assurdo quando lo vedo al teatro o lo recita Camilleri nel suo "Conversazioni su Tiresia", un po' meno quando me lo fanno passare per seria osservazione o per punto di merito.

Ma di più abbiamo deciso di abbassare il prezzo di ingresso (contributo di partecipazione) dai già esigui 15 € a persona fino a 10 € a persona per chi ha meno di 26 anni, non una concessione alla moda del TNG (che rispettiamo pur non condividendone la filosofia) quanto un simbolico riconoscimento della difficoltà di essere giovani in un paese che, sicuramente, non è fatto per i giovani.

E, con lo stesso spirito, abbiamo deciso di pagare la tessera del Nautilus (valida 365 giorni) in parte di tasca nostra (cKC) versando per chi si iscrive il 50% del contributo (15 €).

Infine, abbiamo deciso di dedicare un'ora (che poi diventa sempre un'ora e mezza) a chi non avendo mai usato corde vuole saperne qualcosa. Niente di straordinario, le principali norme di sicurezza e poco più di una legatura dei polsi. Ma non un'esibizione, no no no. Nessuno si "esibisce" al BP. Provare con le proprie mani quello che si è imparato. Poco ma solido "sapere" che si riflette subito nel "saper fare", da soli, in sicurezza.

Ultima grande conquista strappata al Nautilus: il Bondage Party si svolge durante la terza domenica del mese, pomeriggio, dalle 15 alle 20, orario di cinema, stadio, discoteca, bar. C'è tempo per arrivare anche da fuori Milano, c'è tempo per tornare a casa, soprattutto in primavera, con la luce.

Tutto per … ?

Per voi.

Per chi è arrivato a leggere fino a qui e quindi, in un modo o nell'altro, è interessato, interessata, all'evento. 

Perché se, finalmente, qualcuno non si metteva al computer e scriveva del Bondage Party voi avreste continuato a pensare solo alle sue locandine un pochino "noiose" rispetto quelle roboanti di altre feste "simili".

Ma qui è il bello: non esistono feste "simili" perché non esistono altri cKC. Non esiste in tutta Italia un altro gruppo di persone che lavora per tutti, per ogni scuola, stile, ryu, mezzo di costrizione, come il cKC.

Come il cKC esiste, ad oggi, solo il cKC e come il Bondage Party esiste, ad oggi, solo il Bondage Party.

Può piacere o meno, può interessare o meno, può dare o meno fastidio; siamo contenti se vi piace, ce ne facciamo una ragione se non vi piace ma solo una cosa ci fa un pochino alterare: confonderci con altri. Non lo siamo perché, come ogni cosa fatta davvero per la community, noi siamo tutti e non siamo nessuno.

E qui sta la nostra forza, acqua nell'acqua e vento nell'aria.

Vi vogliamo bene.

A presto!!

PS: prossimo appuntamento? Dalle 15 alle 20 di domenica 17 Marzo - Nautilus Club, Milano via Mondovì, 7.


[1] Marzo 2012, piazzale Loreto: Fulvio Brumatti, Master Calcabrina e Blue Deep in riunione straordinaria dalle ore 21 alle ore 23 passeggiando e chiacchierando, in una serata di primavera. Nota romantica.

[2] The beauty of Kinbaku. Nota bibliografica.

[3] Kitan in giapponese significa "cose strane, balzane, inusuali". Nota culturale.

Blue_Deep 06.03.2019 0 121
Commenti
Ordina per: 
Per pagina:
 
  • Non sono ancora presenti commenti
Informazioni Post
Blue_Deep
一 縄 一流 Ichi nawa ichi ryu.
06.03.2019 (16 giorni fa)
Vota
1 votes
Azioni
Raccomanda
Categorie